Emigrazione

Il fenomeno migratorio, che dopo l’Unità d’Italia coinvolse soprattutto le regioni del Piemonte e del Veneto, a partire dal 1885 non risparmiò neanche Montaperto: la frazione, come tutto il resto della Sicilia è stata afflitta da una grave crisi economica. In questa prima fase l’emigrazione fu di tipo transoceanico.
I nostri concittadini insieme a tanta altra gente del sud si spostarono verso Emigrazionele Americhe portando con sé pochi indumenti, valigie costruite con cartone e spago ma soprattutto un sogno, quello di una vita migliore. I primi a partire sono i capifamiglia i quali dopo essersi accertati delle opportunità di alloggio e di lavoro richiamano gli altri parenti. Da come si narra non mancarono però i casi in cui alcuni, voltando le spalle al passato, si rifecero una nuova vita. In questo primo momento però l’emigrazione di Montaperto non fu tale da modificare di molto la dinamica demografica del nostro paese. Per attenuare l’impatto con una nuova cultura, nei paesi d’arrivo si creavano delle comunità in cui si ritrovavano tutti i compaesani e che fungevano da guscio protettivo. Non bisogna infatti dimenticare che i nostri emigrati sono stati anche oggetto di grandi pregiudizi da parte delle popolazioni che li ospitano. Nel frattempo, grazie al diminuito costo dei trasporti molti tornarono in Patria e con i soldi guadagnati acquistarono terre e case di proprietà. Quelli che invece rimansero nel paese d’arrivo lavorando riuscivano a mettere da parte i soldi necessari per le rimesse ai familiari rimasti in Patria.
Tali rimesse contribuirono attivamente anche al saldo dei pagamenti che l’Italia doveva versare agli altri paesi.
Con l’avvento del fascismo si interruppero i flussi migratori, che ripresero dopo la seconda guerra mondiale in uno scenario geo-politico radicalmente diverso.
EmigrazioneIn questo secondo momento le destinazioni sono diverse: non più l’America, ma i paesi europei quali la Germania, il Belgio e la Svizzera. Cambia anche la permanenza: i nostri concittadini che partono con la propria famiglia rimangono nei paesi che li ospitano fino all’età della pensione, momento in cui tornano nella terra d’origine. Altri cercano di guadagnare velocemente per tornare in Patria. Altri purtroppo hanno trovato la morte: tristemente famosa anche per i montapertesi è la tragedia di Marcinelle (Belgio), dove l'8 agosto 1956 un incendio nella miniera di "Bois du Cazier" bruciò vivi 261 minatori, tra i quali vi erano 138 italiani e di questi 3 erano montapertesi. Lapide MarcinelleLa lapide posta il 12 Marzo 1958 dalla cittadinanza, venne sostituita con una nuova in occasione del 50° anniversario della tragedia e si trova attualmente nella via antistante Piazza San Giuseppe. Ricordiamo però l’emigrazione europea anche per alcune curiose "mode" a cui è legata. Una tra queste è rappresentata da una tendenza che si è diffusa intorno agli anni ’90, quando i nostri concittadini emigrati, per mostrare le “ricchezze” acquisite, durante le vacanze estive tornavano a Montaperto esibendo auto di grossa cilindrata.
Alla fine degli anni ’60 l’emigrazione montapertese, come quella del resto del meridione, si diresse verso le città del nord in cui c’era molta offerta di lavoro. Così le campagne si svuotarono, per confluire nelle grandi città industriali del nord. Questo fenomeno continua in modo costante, anche se la meta privilegiata non più la grande città, ma la grande provincia.
Le generazioni contemporanee, vivono il distacco dalla terra di origine in modo meno traumatico di quelle precedenti. Le ragioni di questo miglioramento sono da ricercare nella facilità delle comunicazioni, che non crea il senso di abbandono e di solitudine che provavano qualche decennio fa gli emigranti dei tempi passati. Questi ultimi, infatti, vivevano nella nostalgia del paese d’origine che non mancavano mai di visitare non appena possibile per ritrovare familiari amici o per deporre un fiore sulla tomba dei genitori defunti. In questi tempi di “villaggio globale” la figura dell’emigrante ha perso quell’aura di coraggio e di fascino che lo ha sempre contraddistinto nell’immaginario comune a favore di un’immagine più concreta e razionale che trova nella voglia di autoaffermazione il movente principale.